Due giorni fa la fiaccola olimpica è passata indenne in una blindatissima Lhasa. Nessun disordine, nessun monaco lungo il percorso del tedoforo, sbarrati i negozi, chiusi in casa molti abitanti. E’ la vittoria di Hu Jintao: dopo la violenta repressione è venuta l’ora della trionfale sottomissione. Pechino non ha voluto infatti rinunciare alla passerella della torcia olimpico sul territorio del Tibet, era prima di tutto una questione d’onore.

Fre Tibet

“L’evento è stato un grande successo”, così ha parlato Palma Trily, vicegovernatore filocinese del Tibet, nonostante la città fosse deserta e che la folla lungo le strade sia stata creata artificialmente, con sventolio della bandiera nazionale cinese d’ordinanza.

Tutto il Tibet è ancora chiuso ai turisti e ai giornalisti stranieri, forse per questo non se ne parla quasi più. A marzo ed Aprile, invece, non si faceva altro che parlare della rivolta arancione: giornali e TV raccontavano la caccia ai tedofori della fiamma olimpica in giro per il mondo, i bloggers di tutto il mondo erano per il boicottaggio delle olimpiadi e tappezzavano i loro blog di bandiere tibetane, Sarkozy preannunciava il ritiro della compagine francese, Beppe Grillo s’indignava e invitava a scrivere direttamente all’ONU e qui in Italia ci si interrogava se fosse giusto o no boicottare le olimpiadi. Oggi, invece, pare che l’indignazione per i 200 tibetani trucidati sia stata anestetizzata.

Le Olimpiadi si faranno e la Cina ha dimostrato al mondo che non ammette alcuna forma di protesta sul proprio territorio, tantomeno se legittima. In pratica una seconda Tienammen. Il Tibet e il resto del mondo hanno capito, senza portare rancore. Spot Fiat DeltaAnche colui che dovrebbe essere uno degli apostoli della cultura tibetana negli USA, Richard Gere, grazie ai soldi della Fiat, fa capolino in questi giorni con uno spot sul Tibet: la star guida da Hollywood fino al Tibet la sua lancia Delta per lasciare lo stesso segno che ha impresso nella Walk of Fame, anche nelle immacolate nevi tibetane. “The power to be different” è il refrain finale, ma di differente nello stereotipato Tibet che è stato rappresentato c’è ben poco.

E come se non bastasse, la Fiat è stata “costretta” anche a chiedere scusa a Pechino con un comunicato ufficiale, sostenendo che non si tratta di uno spot politico e che la FIAT non sostiene il Tibet. Ma in fondo è giusto così: il crescente mercato cinese è sempre più importante per il Lingotto e non si può mettere in discussione.